29 DICEMBRE 2007 - SQUADRA
NAPOLI FESTEGGIA REJA 700
Settecento panchine, così, tutte d’un fiato, partendo da Molinelle e arrivando sino al Napoli, decollando dalla serie D per approdare sull’uscio dell’Europa: settecento volte Reja, sussurrando al calcio la sua esistenza moderata, profilo basso e testa alta, sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Settecento panchine, a San Siro, la scala del calcio intravista dal buco della serratura nel 1979, quando cominciò un’avventura che l’avrebbe condotto ovunque, al Nord e al Sud, in Sicilia e in Sardegna, quando decise che la sua seconda casa sarebbe divenuto quello scanno sempre scomodo e sistematicamente rovente. Settecento panchine, senza accorgersi che il tempo è sfilato via dalle mani come granelli di sabbia, ma tenendosi aggrappato al mondo che gira intorno attraverso una serenità ed una compostezza goriziana - o inglese? un modello di vita e di stile assorbiti come sovente ricordato prima del black- out natalizio - da ragazzo («ringrazio sempre mia madre e mio padre per l’educazione impartitami»), condivisi con Livia ed Elisabetta, le donne della sua vita («sono il mio segreto: perché non c’è decisione che non passi da mia moglie e da mia figlia»), trasmessi a quell’esercito di giovanotti capitatigli in gestione nel corso di ventotto anni da padre putativo («ho sempre avuto buon rapporto con i calciatori, poi è chiaro che chi va in panchina qualche moccolo lo tira, ma succede ed è anche umano»).Le settecento panchine di Edy Reja, alla ripresa, capiteranno nel bel mezzo d’un pomeriggio indimenticabile, tra un Kakà e una Coppa Intercontinentale che sfileranno nel cuore di San Siro e la testa imbiancata dal fascino del sale e pepe che invece andrà incontro ai ricordi, che attraverserà il trentennio, che ripercorrerà le tappe salienti d’una carriera prima soddisfacente, poi elettrizzante, analizzata a più riprese in questi ultimi mesi densi di emozioni mai vissute prima d’ora e ribadite ripetutamente nei pre e post-partita di gare simili a un gerovital: «Napoli m’ha tolto, m’ha fatto ritrovare l’entusiasmo giovanile» . Napoli sono centododici pagine d’un romanzo scritto e rinnovato e rinfrescato e arricchito d’esperienze altalentanti, radiografia nitida d’un calcio sempre uguale, pure trent’anni dopo la prima volta. Settecento panchine e cinque promozioni (Brescia, Vicenza e Cagliari, prima della doppietta partenopea), settecento panchine e qualche delusione (la retrocessione di Vicenza, i due mesi appena a Catania e con il Genoa, soprattutto la sconfitta nello spareggio per la serie A con il Torino), settecento panchine battendo i polverosi campi della D (Molinelle), della C/ 2 (Monselice, Pordenone, Mestre, Gorizia, Varese), quelli un po’ più accoglienti - e anche nobili della C/1 (Treviso, Bologna, Napoli), quelli scintillanti della serie A appena ritrovata e riconquistata attraverso il sacrificio e l’equilibrio, la saggezza e la capacità di rischiare ma senza mai strillare. Le settecento volte di Edy Reja rappresentano un inno alla perseveranza e alla compostezza e il premio per una carriera mai semplice e mai banale, impreziosita dall’avvento sulla panchina del Napoli e dal salto doppio dalla C alla A, però già prima resa assai più che dignitosa da una serie di affermazioni rimarchevoli ottenute nella sana provincia del calcio. Milan-Napoli è la settecentesima candelina per un galantuomo della panchina amico da cinquant’anni di Fabio Capello e deciso un giorno a sfidarlo guardandolo negli occhi, per poter sorridere assieme delle proprie conquiste, avviate a Ferrara, nella gloriosa Spal che li allevò poco più che fanciulli. Settecento panchine e sessantadue primavere ma non sentirla, come confessato a ottobre, in occasione d’un compleanno usato a mo’ di confessione: «Qui vorreste farmi sentir vecchi, ma non ci riuscirerete. Napoli mi ha riportato indietro. Non chiedetemi quando smetto, non lo: forse quando avrò capito di rompere troppo le scatole». Settecento Edy Reja, con un sogno da coltivare: chiudere con il Napoli e concludere con una Nazionale. Magari la Slovenia: sai che sfizio, battere Capello.
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